Buffalmacco, di nome e di fatto

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Pisa, Camposanto Monumentale, interno

Esisteva a Pisa, fino al 1944, il più grande ciclo di affreschi d’Europa. Esisteva in un luogo che esiste sempre, il Camposanto Monumentale. Edificio mirabile questo, secondo me il più bello di quelli siti in Piazza del Duomo. Sotto tutti i punti di vista: architettonico, storico, culturale e forse anche spirituale. Veri e propri pellegrinaggi di intellettuali e artisti avvenivano nel bel mezzo dell’Ottocento, in pieno Gothic Revival, proprio per visitare questo semplice, austero ed elegante monumento medievale (no, la Torre non se la filava nessuno a quei tempi). Scrigno contenete bellezze artistiche che un illuminato personaggio della Pisa ottocentesca, Carlo Lasinio, aveva provveduto a radunare proprio lì, nel Camposanto: statue, rilievi e moltissimi sarcofagi classici di epoca romana. Ma c’erano soprattutto loro, gli affreschi.


L’inizio del ciclo avvenne alla metà del Trecento, pochi anni dopo l’edificazione del monumento stesso. Molti artisti vi attesero, i più importanti dell’epoca: Spinello Aretino, Taddeo Gaddi, Francesco Traini, Antonio Veneziano, Benozzo Gozzoli e molti altri. Invidio chi ha potuto visitarlo prima del disastro bellico, prima appunto che una granata incendiaria (degli americani) distruggesse il tetto e quello che ci stava sotto. Doveva essere di una suggestione unica passeggiare per le gallerie, da una parte le leggere colonnine che filtrano la luce e dall’altra le pareti affrescate in grandi pannelli rettangolari, dai colori sgargianti.

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Leo von Klenze, Camposanto di Pisa, 1858, New Pinacothek of Munich

Uno dei più famosi, di quelli recuperati (quasi tutti, per fortuna) con il complicatissimo restauro a strappo, è quello della allegoria del cosiddetto Trionfo della Morte.

L’affresco è la più imponente, terribile, magniloquente e spettacolare predica figurata dell’intero Trecento.

Grande 5 metri per 15, fu attribuito dal Vasari all’Orcagna, forse solo perché ne esiste uno di questo autore con lo stesso tema in Santa Croce a Firenze; in seguito al Traini, (grande) pittore pisano del Trecento. Definitivamente e unanimemente riconosciuta come opera del frizzantissimo e sfuggente artista fiorentino Buonamico Buffalmacco, l’affresco è la più imponente, terribile, magniloquente e spettacolare predica figurata dell’intero Trecento.

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Buffalmacco, Trionfo della Morte, insieme, 1336-1340

Famoso per essere stato protagonista burlone di uno dei racconti del Decamerone di Boccaccio (tra l’altro, secondo le datazioni, pare proprio sia stato il Poeta ad ispirarsi a questo affresco, e non viceversa), Buffalmacco si rifà alla scuola emiliana e in particolare a quella di Vitale da Bologna, ma è essenzialmente un giottesco. Questa originale commistione rende l’idea del personaggio: la “naturalezza” ed eleganza di Giotto con la schietta rudezza dei pittori medievali del nord Italia. L’opera, suddivisa in tre momenti fondamentali, è appunto simile al Decamerone: dieci giovani che come quelli di Boccaccio si ritrovano allegramente in un giardino (verziere) che cantano delle novelle, ben vestiti e irreprensibili nei modi, raffigurati sulla destra in basso. Essi sembrano proprio non accorgersi del turbinio di cose che si sta svolgendo nel “mondo”. Difatti, immediatamente alla sinistra, centralmente quindi nel pannello, si trova la terrificante raffigurazione della Morte, megera che falcia tutti quelli che trova sul suo cammino, coadiuvata da diavolacci svolazzanti come pipistrelli che letteralmente sradicano l’anima dalle bocche di persone di tutte le estrazioni sociali, senza distinzione alcuna. Questi diavoli sarebbero contrastati da alcuni angeli che tentano di salvare qualche anima (bellissimo l’episodio che vede un diavolo e un angelo contendersi l’anima di un frate), ma la sensazione è che la meglio l’abbiano i “pipistrelli”.

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Buffalmacco, Trionfo della Morte, parte destra

Sulla sinistra dell’affresco, isolata da un costone di roccia tipicamente giottesco, avviene l’incontro dei cacciatori a cavallo con il frate eremita Macario, il quale mostra loro tre tombe con altrettanti cadaveri all’interno, in tre fasi distinte di decomposizione (è l’iconografia dell’incontro dei Tre vivi e Tre morti, sul cui significato ci vorrebbe un articolo dedicato). Il monito è chiaro e impietoso: voi vi divertite, andate a caccia con lussuosi vestiti alla moda, ma quello che vi attende è ineluttabilmente una sola cosa: la morte. E l’invito è quello di intraprendere una vita ascetica e di fede, l’unica via salvifica per l’anima, ben rappresentata in alto a sinistra proprio sopra il frate con gli eremiti che vivono di poche cose; il tema degli Anacoreti, cui Buffalmacco dedicherà un altro grande affresco all’interno del ciclo.

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Buffalmacco, Trionfo della Morte, incontro dei cacciatori con l’eremita

Ma il gruppo che preferisco di questa opera è quello in basso al centro, in primo piano rispetto alla orrenda stipa di morti, che vede raffigurati un gruppo di pezzenti evidentemente affetti dal lupus; mendicanti storpi, fasciati da immonde bende che invocano la morte come loro unica salvezza dal dolore. Di un brutale realismo, Buffalmacco raffigura questi come un fumetto: su un cartiglio da essi proteso è scritto —Da che prosperitade ci a lassati-O Morte medicina d’ogni pena-Deh vienci a dare ormai l’ultima cena, che è l’Eucarestia.— Ma la Morte non si cura di loro, è diretta verso i giovani che se la spassano, è a loro che vuol dare la punizione di tanta spensieratezza.

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Buffalmacco, Trionfo della Morte, il gruppo dei mendicanti

La pressione della committenza – i frati domenicani che gestivano il Camposanto (noti bacchettoni) – è evidente in questo affresco. Non c’è scampo, non c’è salvezza se non ci si attiene a uno stile di vita umile e di preghiera. Ma Buffalmacco riesce a mantenere una sua personale cifra stilistica che rende l’opera fresca, viva e dinamica, spietata, grottesca e a tratti comica, fatta di bella pittura, accurato realismo e di perfetta organizzazione dello spazio.


Questi affreschi sono una fedele testimonianza di quello che è stato veramente il Medioevo, con la sua immagine di gentiluomini e belle dame, che si sollazzavano in canti e battute di caccia. Ma anche quello dei pezzenti, dei malvagi e degli eremiti poverissimi: di un Medioevo continuamente devastato da carestie e pestilenze. Insomma, se capitate dalle parti di Piazza dei Miracoli (cosa assai probabile se andate a Pisa), invece di farvi opinabili selfie o farvi fotografare in orrende pose plastiche davanti alla Torre, fate una capatina al camposanto: degli antichi splendori non ne rimane che l’ombra, ma il Trionfo è tutto sommato ben conservato ed è lì a raccontarci tutto questo.

Memento mori!

(Consiglio: sarebbe il massimo guardare l’opera ascoltando Francesco Landini e/o un qualunque pezzo degli Entombed).

Raffaele Boni 2015

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