Ricordati che devi creare

Daniel Spoerri nel suo giardino

Daniel Spoerri nel suo giardino

Ci sono luoghi che trasmettono sensazioni al contrario. O meglio, ci sono luoghi modificati dall’uomo che trasmettono sensazioni che possono anche essere lette al contrario. Avanti e indietro, tali sensazioni fluttuano, su e giù fino ad arrivare, chiare nella tua mente, da sole alla meta. Uno di questi luoghi è il Giradino di Daniel Spoerri.


Situato in bassa Toscana alle pendici del monte Amiata, tra Siena e Grosseto; ideato all’inizio degli anni novanta da questo artista svizzero-romeno, Spoerri appunto, il Giardino racchiude in 16 ettari circa un centinaio di opere di 50 artisti diversi. Sono sculture, istallazioni, Land Art distribuite in ordine sparso, talvolta mimetizzate con il paesaggio ospitante. Realizzando così un rapporto armonico tra natura rigogliosa e intervento dell’uomo: tracce magiche disseminate nei sentieri che tendono talvolta a confondere lo spettatore, quasi che sbagliarsi nel riconoscere un’opera laddove invece c’è un semplice cespuglio diventa possibile, o magari capita di non vedere l’opera mimetizzata nel paesaggio tanto è piccola o perfettamente inglobata in esso. Tutto pare al suo posto, nulla suona stonato. Tutto può essere letto al contrario.


Uno dei tratti comuni delle opere è il riciclo: praticamente tutte le opere infatti sono realizzate con materiali riciclati o che simulano il riciclaggio. Tutte, o quasi, dall’aspetto surreale, talvolta ludico. Tutte, direttamente, implicano morte. O sofferenza: sofferenza fisica ma anche spirituale.

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Capita spesso quindi, seguendo un tracciato non tracciato (seguendo quindi il proprio istinto) di imbattersi in una scultura che rappresenta macchinari complessi, accozzaglia di materiali realizzata con la fusione in bronzo di attrezzi da fabbro o da giardiniere o da falegname. Oppure in una fontana realizzata con dei tritacarne; o un cumulo di ciabatte, sempre in bronzo, accatastate in maniera drammatica da ricordare quelle dei lager. O in personaggi solitari che contemplano il paesaggio da un balcone; o in personaggi volanti. O in mini casette attrezzate a loculi contenenti teschi umani (veri) addobbati con occhiali, cappelli e chissà quante altre chincaglierie. O divanetti in ferro e erba, o strane creature mistico-spettrali in ghisa che emergono dal suolo… e molti, molti altri. Certo, messa così pare di attraversare la camera degli orrori al luna park. Ma la suggestione va ben oltre; mai si rimane terrificati, mai si sospetta di grauità o spettacolarizzazione fine a se stessa. In ogni caso, in ogni singola opera, quello che vediamo è il contrario di quello sentiamo.

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Dunque la morte a veder bene non è morte: forse è congelamento, forse è come bloccare un attimo per l’eternità.


Gli infiniti modi di essere creativi, le infinite persone che possono esserlo… qui nulla ha significato, nulla può o vuole averlo. E’ tutto un gioco in fondo. O forse no. Forse un significato c’è eccome. Forse ci ricorda l’ineluttabilità, forse ci ricorda il destino dell’uomo. Forse.

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Labirinti, resti di unicorni, elefanti morti, oche pietrificate, roseti e falci. Acqua che gocciola dal cielo e altra che attraversa la terra. Sensazioni al contrario: sarà mica il movimento del respiro, che entra e che esce, che sta nell’interiorità notturna e poi diventa diurna? Saranno forse gli opposti che portiamo dentro che si manifestano attraverso questo parco surreale? Io e la mia amica Martine ad un certo punto ci siamo guardati, il pensiero indugiante presto è andato in un verso solo: Tutto questo… non è un ‘Memento Mori’— ci siamo detti —non è un ‘ricordati che devi morire’. Questo è un ricordati che devi vivere. Anzi, ricordati che devi creare!

Inutile che lo dica ma lo dico lo stesso: merita una visita.

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Raffaele Boni 2015

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