Maurice de Vlaminck e le belve d’autunno

Maurice-de-Vlaminck

Maurice de Vlaminck

—Essere pittore non è una professione, così come non lo è essere anarchico, innamorato, corridore, sognatore o boxeur. E’ un caso di natura. Parola di Maurice de Vlaminck, senz’altro il più coerente del movimento. Quale movimento? ovviamente quello dei Fauves, le belve.


Espressionisti, si dirà. Beh sì, questo era l’intento di questi pittori: esprimere sulla tela i propri sentimenti, andare oltre la superficie delle cose, del visibile. Come, e con modi diversi, per i tedeschi del Die Brücke (ne parlerò in un articolo a parte prima o poi), per loro il quadro non doveva essere decorazione ma solo espressione. Anche se poi, per certi versi i veri espressionisti altri non sono gli stessi che lo hanno ispirato, questo concetto. Che sono principalmente tre: Van Gogh, Ensor e Munch. E Gauguin, con i “suoi” Nabis. Ma questa è un’altra storia.

Maurice de Vlaminck - Le Restaurant de la Machine à Bougival

Maurice de Vlaminck, Le Restaurant de la Machine à Bougival, 1905

Maurice de Vlaminck -Ramasseurs de pommes de terre

Maurice de Vlaminck, Ramasseurs de pommes de terre, 1905

1905, Salon d’Automne, Parigi. Qui il gruppo di pittori francesi che si dichiarano espressionisti – André Derain, Henri Matisse e appunto Vlaminck i principali, ma anche Dufy, Van Dongen, Roualt, Braque – espongono per la prima volta le loro opere, suscitando scalpore per il nuovo modo di dipingere. Per il nuovo modo di usare i colori, soprattutto: —I colori erano per noi cartucce di dinamite scrisse Derain. E tanto basta.

Henri Matisse, La Gitane

Henri Matisse, La Gitane, 1906

Andre-Derain-paysage-à-Estaque

André Derain, Paysage à l’Estaque, 1906

E’ in occasione di questa prima mostra che il critico Louis Vauxcelles, paragonando una statua di gusto classico esposta tra i nuovi quadri appesi nella sala, esclama: —Donatello chez les fauves! (Donatello tra le belve).

La pittura diventa per loro un modo di scatenare sulla tela la violenza delle proprie emozioni.

La lezione è stata assorbita bene (—Di che colore vedete l’ombra di quell’albero? blu? e allora usate il più bel blu della vostra tavolozza P. Gauguin) e oltre: i colori (cartucce) accesissimi sparano da tutte le parti, vorticano impetuosi senza freno alcuno, senza riverenze e rispetto per niente e nessuno. Selvaggiamente. La pittura diventa per loro un modo di scatenare sulla tela la violenza delle proprie emozioni. Fauvismo diventa liberazione completa dell’istinto. Abbandonando ogni modalità di rappresentazione illusoria della profondità e rifiutando la pittura tonale tradizionale cercano ispirazione nell’arte primitiva (nel senso di africana, come per molti in quel periodo, Picasso per primo), ritenuta più istintiva e vitale. Ma mentre in Matisse, in Braque e in Dufy permaneva più un’anima impressionista o neo-impressionista, espressa sì con colori violenti, ma calma e naturale nell’insieme, Vlaminck è a Van Gogh e al suo tormento interiore in particolare che si riferisce: la natura sopraffatta dalla foga dell’artista, natura scossa dall’immobilità eterna e riportata sulla tela con il massimo di brutalità. Naturalismo soggettivo, potrebbe chiamarsi.

Maurice de Vaminck- Maisons et arbres

Maurice de Vlaminck, Maisons et arbres, 1906

Maurice de Vlaminck - Le baigneurs

Maurice de Vlaminck, Le baigneurs, 1904

Solo Vlaminck può dirsi dunque un vero fauve. Autodidatta, sanguigno, impulsivo, rivoltoso, la sua selvaggia gioia iniziale si trasformò però ben presto in cupo fatalismo. I colori della sua tavolozza abbandonarono i toni tipici del fauvismo per diventare più scuri, più bui, tendenti al monocromatico. Mantenendo sempre il riferimento con Van Gogh (e c’era da aspettarselo, da uno che diceva che questi gli aveva insegnato più di suo padre e sua madre…), con il primo Van Gogh, del periodo del Borinage.

Maurice De Vlaminck - The Seine at Chatou

Maurice de Vlaminck, La Seine à Chatou, 1908

Maurice de Vlaminck, Poplars, 1908

Maurice de Vlaminck, Les Peupliers, 1908

L’esperienza dei Fauves si esaurì nel giro di quattro anni, ma influenzò larga parte del modo di dipingere in Europa. Da quel 1905 ne è passato di tempo e negli anni a venire l’arte ci ha fatto vedere di tutto e di più, al punto che bisognerebbe riuscire a calarsi completamente nella mentalità dell’epoca per poter apprezzare la grandissima portata reazionaria di queste opere. Che a distanza di oltre cento anni, nonostante tutto, riescono ancora a emozionarci con la loro indubbia potenza visiva.

(Ah, qui ci vuole Le Sacre du Printemps, s’il vous plaît!).

Raffaele Boni 2015

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