Non si scherza con Medardo Rosso

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Medardo Rosso

Diciamolo subito: quando si parla di Medardo Rosso, si parla del più grande artista tra Otto e Novecento in Italia. Non è un parere personale (cioè, francamente anche sì), ma un dato di fatto. E se si considera l’artista solo come scultore, è uno degli scultori più grandi di sempre. Simbolo per eccellenza di modernità, era stato definito da Boccioni: —il solo grande scultore moderno che abbia tentato di aprire alla scultura un campo più vasto, di rendere con la plastica le influenze d’un ambiente e i legami atmosferici che lo avvincono al soggetto.—


Medardo Rosso, nato a Torino nel 1858 ma trasferitosi giovanissimo a Milano, dopo aver esordito come pittore, nell’82 si iscrisse ai corsi di nudo e di plastica dell’Accademia di Brera. Dalla quale ben presto fu però espulso, a causa della sua insofferenza per un tipo di insegnamento diciamo antiquato (l’Italia, di tutto quello che stava succedendo in Francia ormai da qualche annetto manco se ne era accorta). Si avvicinò inizialmente alla Scapigliatura lombarda, e i suoi punti di riferimento furono alcuni scapigliati, per l’appunto: Tranquillo Cremona (grandissimo anch’egli: lo racconterò), Giuseppe Grandi, Daniele Ranzoni. Ma il suo temperamento ribelle lo porterà ad essere un individualista, spingendolo molto al di là di ogni esperienza contemporanea. Da subito, trae ispirazione dal vivere cittadino dei Navigli di Milano, i suoi primi lavori infatti tendono alla ricerca del vero come adesione al dato ottico, comprensiva delle qualità psicologico-caratteriali del ritratto, e si connotano per la scelta di temi contemporanei: emarginati, gente comune, vita moderna. Ma soprattutto, è alla luce e alla possibilità di “fissarla” nell’opera che volge la sua ricerca.

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L’Età d’oro, cera, 1886

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Ecce Puer, bronzo, 1906

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Bambina che ride, cera, 1892

Ci ricorda qualcosa questo? Beh, è facile, l’Impressionismo. Come gli impressionisti, si concentra sulla rappresentazione dell’attimo che fugge, dell’istante di luce da cogliere. Difatti è a Parigi che si trasferirà, nel 1885 (guadagnandosi la stima di Rodin e di Apollinaire, che lo definì il più grande scultore vivente – lo dicevo io!-) in un periodo in cui ormai lo slancio impressionista va però stemperandosi. Gli stimoli che comunque riceve dall’ambiente parigino furono determinanti per l’indirizzo sempre più radicale della sua ricerca personalissima e davvero senza termini di confronto. Se non appunto con gli imressionisti: come per loro, anche per Rosso non esistono contorni definiti né tantomeno forme che vivano al di fuori della luce che le rileva e le crea. Si sa che la luce è il valore fondante dell’Impressionismo, ma per Rosso il valore dominante è invece quello dell’ombra.

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Bambino malato, cera, 1893

Le sue sculture hanno bisogno di una precisa fonte di luce, che sia radente e uniforme in modo da far emergere l’immagine, illusiva ed evanescente, dall’ombra. Sbagliando l’illuminazione e quindi l’ombra, si annullerebbe la forma; per questo Rosso studiava attentamente, anche fotografandoli, i suoi pezzi con il giusto punto di vista e con la migliore incidenza della luce. E per questo usava la cera, o il bronzo; materie sulle quali le ombre si condenzano più dolcemente e la luce si disperde con la giusta gradazione.

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Gavroche, bronzo, 1898

Medardo Rosso è l’unico a tutt’oggi che sia riuscito a cogliere l’impressione fuggevole di un volto nell’atmosfera irripetibile di un attimo, a renderci poeticamente e delicatamente tutto un mondo di affetti infantili, a lasciarci ritratti indimenticabili che sono emozione pura che affiora dall’ombra, poiché, come ebbe a dire egli stesso: — noi non siamo che scherzi di luce. —

(Come si fa guardare le sculture di Medardo Rosso senza ascoltare Children’ Corner?).

 Raffaele Boni 2015

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