Il fantastico mondo di Mark Rothko

Come si parla di Rothko? Con quali termini che non siano già stati detti e ridetti, possiamo raccontarlo presentarlo descriverlo? Quale analisi va fatta e in che senso orientarla, affinché si possa rispettare il più possibile un’arte così delineata, apparentemente semplice ma al tempo stesso intellettualmente ricercata, alta? Non lo so. Nel senso, non lo so perché non me ne importa. Non ho mai – e per mai intendo davvero mai, visto che queste sue opere le conosco dall’infanzia – pensato troppo difronte a un quadro – meglio: la riproduzione di un quadro, fin quando non l’ho visto davvero dal vivo – di Rothko. Anzi, pensato a niente. Li ho sempre accettati così, come di fronte a un Fontana o a un Burri o a uno Still, senza bisogno di spiegazioni di sorta; mi sono sempre andati bene così come sono, sicuro che quello che si prova nel vederli, che sia emozione o disorientamento o gratificazione visiva pura-e-dura o, basti a se stesso. — I miei dipinti non si occupano di spazio […] lo spazio non ha nulla a che vedere con il mio lavoro —. E poi: — Non mi interesso del colore — e ancora — Non credo che il mio lavoro abbia niente a che vedere con l’espressionismo, astratto o altro. Sono anti-espressionista —. Certo, la strategia della negazione (né questo né quello) e siamo sempre punto e a capo se ti metti a leggere qualcosa su quegli artisti che procedono per progressivi spostamenti di senso. Quindi, ho ragione e ho fatto bene in tutti questi anni. Istintivamente, sia chiaro. O forse perché sotto sotto li ho sempre visti da pittore, con gli occhi di pittore, con l’etica di pittore; che poi non è nemmeno l’interesse tecnico di “come fa a farli, certi colori” o un semplice piacere visivo. Ma è proprio l’accettare incondizionatamente e calarsi naturalmente senza paura, senza pregiudizi, nel mondo che riescono a creare. Nel loro mondo. E in quello che riescono e a creare in noi stessi. In questo sono grandi i grandi artisti.

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È come un mantra; è come un ripetere allo sfinimento una parola finché questa non vuol dire più nulla e quindi tutto. Si parla di spiritualità, per la sua opera, difatti. Si parla di immersione, quasi fisica, per i suoi quadri. Egli stesso parlava di intimità del grande formato. E quindi, bisogna vederli da distanza ravvicinatissima questi “muri di luce”, escludendo tutto ciò che c’è attorno, isolarsi e farci inondare dalle radiazioni che emanano. Poi, bisogna decidersi, con coraggio entrarci dentro, varcare l’orizzonte degli eventi e infine lasciarci precipitare in questo buco nero, che ci risucchia nell’abisso metafisico fatalmente e dolcemente. In questo Aleph borgesiano, punto di inizio verso cui tutte le cose tendono e a cui tutte le cose fanno ritorno. Consapevoli di una smaterializzazione da subire, di uno sconvolgimento materico e mentale, anche se delicato, indefinibile e inesorabile. È l’inizio, il tutto, la fine: ma forse a quel punto ormai non ce ne rendiamo neanche conto. O proprio non ci importa più, perché ci va bene così.

Raffaele Boni 2016

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