Con John Martin è arrivata la fine del mondo

John_Martin_by_Henry_WarrenJohn Martin non lo si trova facilmente sui libri di storia dell’arte. Non sui migliori, né tantomeno sui peggiori, dove non c’è niente di niente. Al massimo si trova menzionato di sfuggita quando viene trattato l’argomento specifico “pittori inglesi dell’Ottocento” o in qualche raccolta/accozzaglia di artisti a caso. Questo perché Martin effettivamente non aveva pedigree artistico: approdò a Londra nel 1806 dal povero Northumberland, il tipico figlio della working class insomma. Ma nutriva ambizioni e nella capitale si cimentò con grande professionalità in ogni tecnica, dall’olio su tela agli smalti per vetro e ceramiche. Fu pittore del Sublime ma anche esperto nella mezzatinta. Esponeva regolarmente alla Royal Academy, e regolarmente veniva bollato dai critici che lo definivano strano, pacchiano e poco raffinato. Non è difficile immaginare la tagliente ironia di questi signori inglesi altezzosi e imbellettati di metà ottocento, la faccia leggermente disgustata e il sopracciglio rialzato di chi era avvezzo ad artisti coevi ben più sofisticati come Turner o Constable. Eppure John Martin ha perfettamente catturato le paure collettive della sua epoca, con spettacolari e giganteschi quadri di rocce roventi pronte a collassare, lava eruttante, colossali dirupi oscuri e minacciosi, acque inquiete che scorrono in crepe del terreno, cieli di fuoco, mari in tempeste epiche, città imponenti e ambiziose nella loro fantasia architettonica e destinate inesorabilmente alla rovina. La terrificante potenza della natura: tutto è apocalittico, tutto è esagerato e catastrofico e certo questo mondo a tinte forti, che attingeva i soggetti dalla Bibbia o da poemi come il Paradiso perduto di John Milton, attirava il popolino in massa alle presentazioni dei quadri portati in tour lungo tutto il Paese tra gallerie, teatri, music hall, spazi commerciali. E l’esposizione di opere come La caduta di Babilonia, La distruzione di Pompei ed Ercolano o il trittico sul Giudizio Universale era accompagnata da letture piene di pathos e programmata in ore serali alla luce precaria e suggestiva delle lampade a gas per aumentarne la suggestione.

Pandemonium

Pandemonium, 1841

1024px-John_Martin_-_Sodom_and_Gomorrah

Sodom and Gomorrah, 1852

John_Martin_-_Belshazzar's_Feast_-_Google_Art_Project

Belshazzar’s Feast, 1820

asadak

Sadak in Search of the Waters of Oblivion, 1841

1280px-Destruction_of_Pompeii_and_Herculaneum

The Destruction of Pompeii and Herculaneum, 1822

MARTIN_John_Great_Day_of_His_Wrath

Great Day of His Wrath, 1851-53

Dopo la sua morte, Martin fu presto dimenticato. Le avanguardie del primo Novecento lo seppellirono, i suoi quadri finirono tutti nei depositi. Il tempo però come sempre fa il suo, e una rivalutazione non si nega a nessuno: dunque nel dopoguerra le timide riscoperte e una nuova diffusione commerciale a livello di copertine di diari e cartoline, che paiono andare a nozze con una certa esigenza di colori vivaci e contrasti forti. I cieli sanguinanti solcati da fulmini che sembrano raggi laser, i suoi panorami in dimensione 3D con il volume del cielo evidenziato dalle nuvole, il “suono” dei suoi dipinti che spesso è quello di un tornado, anticipano il design dei videogiochi odierni. A me hanno sempre affascinato le sue opere, inutile dirlo (sarei stato uno del popolino io). Credo che si veda anche un po’ in quello che faccio, specialmente quando mi diverto a spingere di più con il colore e azzardare allusivamente al paesaggio.


In chiusura metto l’efficacissimo video di presentazione alla grande mostra a lui dedicata nel dicembre del 2012 alla Tate Britain, dal titolo significativo – John Martin: Apocalypse -. I feel fine…

Raffaele Boni 2016

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