Caro Emilio è colpa tua

Il ricordo spesso lo si mistifica. Spesso, in un ricordo di un momento specifico della nostra vita si abbonda con i riferimenti; lo si modifica un po’ nel raccontarselo per poi raccontarlo, gli si da più o meno lustro, lo si investe di dignità unica e irripetibile e lo si carica di furore mitico a seconda dell’importanza che vogliamo dagli. Così, per noi stessi. Per avere un riferimento, un punto di partenza dal quale far seguire tutta o parte della nostra esperienza in una cosa o un fatto che ci riguarda. E ci vuole quasi sempre un ricordo così: “ho cominciato così”, “son partito da lì”, “quello fu il momento in cui” e via il racconto. Ne parlo perché ovviamente ne ho uno anche io: bello non più di altri, importante e mistificato non più di altri. Illuminante ed essenziale, molto più di tutti gli altri.


Certo, dico non più di altri perché altri ne ho, di ricordi, che mi indichino in qualche maniera da dove far risalire la mia predisposizione all’arte, alla pittura. Penso alle scuole elementari, dove alla fine gli sforzi che dovevo compiere nelle materie artistiche erano già di gran lunga minori di quelli nelle materie scientifiche. Ma quella volta, ancora sotto i dieci anni, credo tra i cinque e i sei, che davanti alla tivvù – un meraviglioso televisore Voxson fine anni settanta, dei primi a colori e dunque fantastico nell’alterarli a suo piacimento – vidi un tale, che dipingeva tramite l’ausilio di una ciotola lorda di colore, nella quale intingeva energicamente un pennellaccio e con lo stesso ci dava dentro con tratti corti e veloci e vigorosi e netti, automatici, quasi schizofrenici, su una tela che non era neanche tela ma parevano dei pannelli appoggiati a terra e in terra c’era di tutto e soprattutto colore sgocciolato raggrumato addensato; e lui, lordo anche lui, da capo a piedi coperto di pittura, alla fine sembrava un guerriero dopo una battaglia prima ancora che un artista. Lontanissimo dall’immagine che un bambino ha di un pittore (ammesso che a quell’età se ne abbia una). Lontanissimo dal concetto che classicamente si ha a quell’età del processo creativo (sempre ammesso che). Un documentario sulla pittura italiana del novecento, questo credo fosse. Suoni e immagini di un pittore all’opera, in questo caso in trance creativa. Questo lo riconobbi dopo, anni dopo feci il riferimento, collegai le cose. Stile, modo di operare, le opere stesse: non poteva che essere Emilio Vedova. Ricordo fumoso, ricordo senz’altro grandemente ricostruito a posteriori ma credo che sia da lì, per “colpa” di quel ricordo che il mio amore per la pittura e per l’arte contemporanea sia incominciato. Grazie, Emilio (e grazie Voxson).

Rafaele Boni 2016

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