Sublime Afro

afrobasaldella.jpgFunziona così: uno apre un qualsiasi libro o catalogo sulla pittura italiana degli anni dal dopoguerra ad oggi, e a un certo punto trova le opere di Afro; e anche se non le ha mai viste prima in vita sua, se ne innamora istantaneamente. Non c’è scampo, è praticamente certo. Il potere affascinante di queste opere non ha bisogno di spiegazioni critiche o di analisi specifiche, è dato: sono belle. Raggiungono vertici di dinamicità, di armoniosità, di stile, che agiscono sui nostri sensi immediatamente. Per me quando le guardo, ogni volta che le guardo, è piacere impiacentito, per dirla alla Alexander DeLarge. E senza bisogno che mi ci arrovelli il Gulliver, percepisco il rigorosissimo lavoro che ci sta dietro, il calcolo sotteso che le ha portate ad essere quello che sono: capolavori. Benché astratte, non c’è niente di casuale in queste opere, ma piuttosto l’estrapolazione progressiva di un ritmo che, sulla tela, sa accordare il colore con l’architettura del quadro stesso, con la griglia preparatoria. E se i quadri di Afro incantano proprio per quell’accordo riuscito, sono volutamente “belli”, anche quando diventa altamente sconveniente esserlo. Ed è interessante andare a cercare dietro quella sinfonia di colori per scoprire che di casuale c’è dunque poco, pochissimo.


Bisogna capire quanto sia importante la fase progettuale preparatoria anche in presenza di un’opera che utilizzi il linguaggio dell’astrazione. Quelli che appaiono di primo acchito segni e colori stesi in maniera casuale, rispondono in verità ad un progetto studiato nei minimi dettagli. Il quale, nel caso di Afro Basaldella, lascia poco spazio all’improvvisazione e si fonda piuttosto su processi complessi. Paesaggi, nature morte e figure diventano così per Afro, in un sofisticato percorso creativo, le forme mentali e pure dell’astrazione.

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Ragazzo col toro, 1954

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Untitled, 1958

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Sperlonga, 1960

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Tavola rotonda, 1966

La sua è una pittura di memoria e di introspezione, in cui frammenti di sogni, di ricordi, di esperienze vengono rivelati e allo stesso tempo nascosti in un ritmo di linee e di velature. E al contempo ci ricorda l’ispirazione legata alla tradizione della pittura italiana, a quella veneta in particolare, dove si procede per velature successive, senza però dimenticare il disegno. Afro è stato l’unico a raggiungere risultati di valore assoluto rimanendo nell’ambito di una tecnica classica, la pittura.

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Macchia delle serpi, 1960

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Arancio ceruleo, 1970

Afro non dimentica il proprio metodo, quel rigore progettuale che sembra rendere le sue opere differenti da tutte le altre. È ancora un’astrazione prudente la sua, quasi timorosa. D’altronde in Italia gli astrattisti hanno avuto, almeno agli esordi, una vita piuttosto dura, complicata dal realismo socialista imperante e dalla immensa cultura del passato. Ma basta lasciar passare poco tempo e troviamo già l’Afro più noto e riconoscibile, con una forma appena accennata dentro una superficie cromatica ribattuta da toni più scuri e più chiari; e tenendo sempre ben presente certamente il Cubismo ma soprattutto le intuizioni segniche di Gorky e di certa pittura internazionale di stampo sia russo che americano.

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Isola Tiberina, 1966

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La terza baronessa, 1970

 

Non mi stancherò mai di promuovere, nel mio piccolo, questi grandi artisti italiani che, non solo in Italia, nel corso del Novecento hanno lasciato un segno indelebile e hanno illuminato la cultura degli anni a venire.

Raffaele Boni 2016

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