Burri, materia, incanto. 

burriLa bellezza si manifesta alle volte nei modi più strani. Può albergare nelle forme e nei luoghi che insospettabilmente non si direbbe mai, in cose che non si penserebbe mai a queste come belle. Non è questione di soggettività, ci sono cose che sono belle anche se sono brutte intrinsecamente, originariamente. Cose che non nascono per assolvere la funzione di bello per abbellire il mondo. Ma ci sono persone che invece riescono a trovarne il più recondito valore estetico. Che sanno farci vedere quello che non vediamo in esse, che sanno valorizzarle e contestualizzarle, o semplicemente ce le fanno vedere diversamente. Quindi belle. Queste persone sono gli artisti: per fortuna dell’umanità esistono praticamente da sempre, gli artisti. E per fortuna è esistito Alberto Burri.


Basta anche un solo contatto, una sola vista di una sola sua opera, per restarne insospettabilmente affascinati, quasi contro la nostra volontà. Uno si trova davanti un sacco usurato, smagliato, rattoppato, incollato e dipinto con pittura assolutamente non convenzionale, o una plastica fusa e appiccicata, e si commuove. Si commuove come farebbe davanti ad un quadro del Trecento; si accorge inaspettatamente che quel materiale, originariamente concepito e fabbricato per tutt’altra funzione, è di una bellezza unica. Materia così grezza, lurida, pesante, morta, eppure capace, attraverso semplici tocchi o aggiustamenti, sotto l’azione delle sapienti e amorevoli mani dell’artista, di rendersi così vibrante e penetrante. Delle banalissime plastiche, o del legno o dei sacchi, sono arte. Che poi non è assolutamente il concetto del ready-made o del nouveau réalisme (che pure ha ispirato), dell’oggetto tolto dalla sua modesta originale funzione e valorizzato, quasi sempre in maniera provocante, in sé a caratterizzare l’opera di Burri. Ed è anche lontano anni luce dal fenomeno pop, anche questo movimento per certi aspetti debitore della sua opera. Lui usa i materiali in funzione pittorica e solo pittorica. E in funzione di loro stessi.

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Usa e lavora i materiali – sacchi, legni, ferri, plastiche o superfici crettate – unicamente per una sua urgenza coloristica, lirica e appunto vibrante. Non c’è provocazione in lui, non c’è interesse sociologico; si potrebbe dire magari che non c’è ironia e ambiguità nella sua opera, ma questo perché il tono drammatico e decadente è alla base di tutta la sua ricerca. Il sacco o la materia in genere che usa lo aiuta a controllare la superficie, a mediare i piani, a creare profondità, a creare massa e corpo; sacco usato a creare drammaticità e desolazione, cogliendone e fissandone l’attimo prima del suo disfacimento e deterioramento totale, finale. Per questo la materia viene ostentata, fatta prevalere, resa protagonista. Ce la fa vedere, ma non per farci vedere la riscoperta artisticità del sacco, non per farcelo vedere nella sua originaria funzione di umile contenitore riscattato a opera d’arte. Assolutamente non è questo. Il sacco per lui non è mai stato umile, non è mai stato non-opera d’arte che si riscopre o che rinasce.

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Per Burri, la materia tutta ha intrinsecamente un valore artistico, o comunque un valore funzionale all’arte. Può con essa raggiungere le vette massime espressive alle quali aspira, ma anche se la materia è già artistica di suo è e rimane semplicemente un fatto, e l’uso che egli ne fa è molto meno concettuale di quello che si pensa. Per lui non ha funzione didattica né tantomeno ammonitrice: non allude, mostra; non ricrea, fa. È materia usata, plasmata, studiata, controllata, sperimentata, sfruttata forse, certamente amata, che si fa bella e diventa emozione. E che è solo lì per incantarci.

Raffaele Boni 2016

 

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