Clyfford Still, a sort of homecoming

Con l’arte cosiddetta astratta si torna alle origini dell’arte stessa. Detta così, tout court, pare grossa. E forse lo è, ma io la sento così. Posto che non tutto quello che è vetusto è arte, le primissime forme espressive umane sono inevitabilmente astratte. Come i primi, apparentemente insensati scarabocchi dell’infante che sente il bisogno istintivo di esprimersi. Si dirà che da lì a parlare di arte ce ne corre: vero, verissimo, non lo è e no lo sarà mai solo se si considera lo scarabocchio immune o comunque non prodotto da una qualsivoglia pulsione. O istinto appunto. Che è difficile, ma esiste. Per esempio il gesto-segno della prova (prova-pennello, prova-ditata nell’argilla). O del semplice riflesso condizionato (per esempio tutto ciò che viene prodotto quando uno ha una penna e un foglietto e chiacchiera al telefono…). Io parlo dell’atto paradigmatico, di quello che sta all’origine, del primo gesto (del primo uomo, del bimbo) che implica già una scelta e che da nulla è influenzato se non dalla – incosciente, naturale e misteriosa – pulsione interiore. Ecco, il primo gesto è astratto. Un frego, un ghirigoro, una creta manipolata, un nulla ma tutto. Un atto che non ha in pieno coscienza di sé, non ha riferimenti o modelli: è il primo. Dunque, se è vero che l’arte nasce quando si fa sentire la necessità umana di esprimersi (Giedion) è da lì in poi che si costruisce tutto. È questa la prima scintilla; da lì nasce l’arte. In fondo l’antica, e superillustre, polarità tra arte astratta e arte figurativa ha ragione fin da subito: fatto sta che il semplice gesto carico di oscure suggestioni diventa via via costruzione sempre più eccelsa, in cui l’idea, l’elaborazione sviluppata nei millenni e il cumulo di nozioni intellettuali in progressiva evoluzione, compie il suo percorso. Per poi ritornare alle origini.


Per questo parlo di Clyfford Still, pittore americano definito espressionista astratto ma in realtà appartenente a quella corrente detta Color Field della quale facevano parte, tra gli altri, Mark Rothko e Barnett Newman, che dagli anni cinquanta del novecento adottano un linguaggio pittorico fatto prevalentemente di grandi estensioni invariate di colore, con spiccati intenti “spiritualistici” e quasi ascetici. Perché le sue opere racchiudono quel senso del misterioso che è proprio del primo gesto, del primo manufatto artistico. Still concepisce l’arte come esaltazione, come mezzo per attingere al sublime universale. Le sue tele sono quasi una somma dell’arte per via di togliere e per via di mettere (anche questo un dialogo spesso risentito tra due scuole di pensiero), del gesto che “gratta via”, del graffito, e quello che stende pittura, che aggiunge e stratifica il colore. Sono pareti primordiali le sue, che sanno di gesti originali e fondamentali. Usa le superfici in modo da creare un rapporto diretto con lo spettatore: come Rothko, anch’egli adotta formati giganteschi nei quali chi sta di fronte si sente immerso e completamente avvolto nell’opera.

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Ci si sente quasi come in una grotta paleolitica, le forme e i colori ne ricordano le superfici, la suggestione è quella. Questi grandi squarci irregolari dai bordi dentellati, gesti verticali apparentemente casuali ma al contrario controllati e calcolatissimi, sanno di primordi; i contrasti coloristici sono spesso forti (nero, rosso, bianco, giallo, talvolta il blu) e le campiture sono quasi uniformi, stese in velature ma più spesso in rilievo lievemente materico. Io li ho visti da vicino, l’ho provato: ispirano silenzio, sereno incanto. E ho imparato molto da lui. L’armonica suddivisione degli spazi, e quindi delle masse, danno il senso del lento erodersi della materia, dell’eterno e inesorabile evolversi e regredire della natura. Tutto è moto sotteso, tutto è carico di dilatate tensioni al ralenti, o macro-tensioni più grandi di noi che ci sovrastano perentoriamente. Le vibrazioni trasmesse sono al massimo, il rapporto intimo con l’opera è stabilito. Ma al di sopra di tutto si avverte la pulsazione antica di chi sperimenta per la prima volta il fare arte. Si torna nella grotta da cui tutto ha avuto origine. L’arte torna a casa. E noi con essa.

Raffaele Boni 2016

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