Le tele di Mosè

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Pompeo Mariani, Ritratto di Mosè Bianchi

Con l’arte c’è di che divertirsi: nei secoli, si sono studiati più disparati materiali sulle più eterogenee delle superfici, si sono sperimentate sempre nuove soluzioni, incanalate creatività, concetti e idee; si è arrivati poi a negare tali superfici e tali tecniche. Siamo arrivati perfino a negare il concetto di arte stessa. Ma poi si torna indietro. Lentamente e naturalmente, si riallaccia il discorso, talvolta proprio con nonchalace, a visioni e poetiche che fino a poco tempo prima sembravano morte e sepolte, dove anche solo evocarle significava essere fuori moda – se non addirittura fuori dal tempo. Ma chi conosce un po’ la storia dell’arte dovrebbe sapere che non c’è niente di giusto o di sbagliato a priori, nel fare arte. Non esistono stili assoluti che non siano invece solo frutto di un’epoca specifica che produce la sua propria moda specifica, si fa così perché lo dice il mercato e chi è fuori dal coro peggio per lui. Spesso tristemente non ci si accorge che quello che stiamo facendo, dettato dalla moda e dagli stili correnti, è già stato fatto prima, spesso insospettabilmente molto prima e spesso in maniera del tutto identica. A tutto questo penso quando vedo certe opere contemporanee e al tempo stesso alle pitture di uno come Mosè Bianchi. Che senz’altro erano già considerate superate, provinciali, le sue pitture, soprattutto alla luce di quello che era stato fatto nel resto d’Europa in quel periodo. Ma oggi paiono di una modernità cristallina, fresca, come poche altre opere della sua epoca. Stiamo parlando della seconda metà dell’Ottocento, L’Ottocento italiano, così relegato a figura di comparsa nel panorama europeo del tempo da essere per contro libero di agire nelle più contemplative, se si vuole nostalgiche, forme possibili. Nato a Monza nel 1840, è di formazione “scapigliata”: ha dunque per compagni di avventure, per un certo periodo della sua vita, gente come Federico Faruffini, Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni e Filippo Carcano. E si capisce anche da questo la sua attitudine per un certo tipo di pittura sfatta, vibrante e tendente all’indefinito. Sono opere che ci parlano, perlopiù – e quelle del suo ultimo periodo sono secondo me quelle più attuali – della vita della città (Milano), delle sue strade, delle sue luci e del vivere già frenetico che stranamente, chissà come, paiono modernissime, sotto la deformazione traslucida e appesantita della pioggia. Anche se sono carrozze e cavalli e non auto o scooters quelle che vediamo, quello che sentiamo è la solita vibrazione della luce, il solito trafficare, il solito pulsare. Lo stesso di oggi. Ma sopra tutto, è la tecnica a sembrare attualissima: andar di spatola pare essere di gran moda, o di dita o di strofinacci, o di spruzzi e di graffi. Mosè Bianchi, come molti altri scapigliati, fa del virtuosismo tecnico un vanto; e non certo fine a se stesso, ma rivolto sempre al raggiungimento personale di una poetica che risalti e metta in evidenza gli aspetti languidi e decadenti di una società che si avvia inesorabile al declino, per lasciare il posto alla nuova era, fatta di avanguardie e ismi, che si esprimerà via via con concetti sempre più personali, interiorizzanti e destabilizzanti. Ma sempre meno alla ricerca del bello stile e della bella tecnica. Ecco, questa forse pare essere il grosso divario che separa l’attualità, la nostra epoca, distratta e contaminata ancora oggi dal riflusso avanguardistico, da quel passato glorioso e illustre, colto e raffinatissimo. Fatto di maniere studiate, modi curati, raccordi tonali perfetti e bella, bellissima pittura.

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Il Carrobbio, 1890

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Darsena di Porta Ticinese, 1893

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Il Carrobbio di notte, 1890

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Neve in città, 1890

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Giorno di pioggia a Milano, 1886

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Le colonne di San Lorenzo, 1890

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Tramonto sulla darsena a Porta Ticinese, 1890

Raffaele Boni, 2018

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